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domenica 15 novembre 2009

Raccuglia, un arresto eccellente in barba ai tagli sulla sicurezza


Di Domenico Raccuglia non ne parlava nessuno. «E’ un mafiosazzo di provincia», mi disse un giorno, quasi tre anni fa, un pm (grazie al cielo non di Palermo). Nessuno lo cercava, se non la Catturandi lasciata dopo l’arresto dei Lo Piccolo praticamente senza mezzi e qualche carabiniere della zona di Partinico-Borgetto che avevano intuito quanto l’uomo fosse pericoloso.


Perché lo dicevano i dati, lo dicevano addirittura i pentiti, lo dicevano le intercettazioni e anche la semplice analisi dei movimenti che Raccuglia era molto di più di quello che si pensava. E infatti il boss di Altofonte era in procinto a fare la scalata, forse non da solo, di Palermo e anche il luogo del suo arresto, in provincia di Trapani, dice molto di quanto fosse il suo vero peso. Perché a Trapani regna il suo nemico-alleato Matteo Messina Denaro, e che Raccuglia avesse trovato proprio rifugio a Calatafimi , racconta di un’allenza più che di una tregua fra i due boss.
Bene. L’uomo ha avuto il tempo di crescere. Gli è stato lasciato il tempo. Perché nessuno lo seguiva, lo “puntava”, lo cercava, e lui faceva affari, ordinava omicidi, traffici illeciti, gestiva racket e appalti. Nel silenzio. Uno dei primi a parlarne è stato Pino Maniaci di TeleJato a Partinico, poi mi ci sono aggregato anche io a raccontare il personaggio e la sua pericolosità con una lunga serie di inchieste (pubblicate sia su left/Avvenimenti che riprese dalla stampa estera) che con il libro A Schiena dritta che proprio su Raccuglia si centrava. E poi anche un giullare, Giulio Cavalli, ne ha parlato nei suoi spettacoli e nei suoi interventi. Gli altri? Silenzio.
Oggi, a poche ore dall’arresto, è iniziato il teatrino delle dichiarazioni. Dichiarazioni, oltre a quella del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, che ritengo abbastanza tardive e in alcuni casi imbarazzate e imbarazzanti. Ripercorriamo, quindi, le dichiarazioni grazie alle agenzie di stampa….

MAFIA: ARRESTATO RACCUGLIA; MANTOVANO,È LINEA FERMEZZA STATO (ANSA) – ROMA, 15 NOV – «L’arresto del pluriergastolano Domenico Raccuglia conferma dell’intensificazione della lotta alle mafie». Lo dichiara il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano. «L’opera di disarticolazione dei vertici e delle ramificazioni del tessuto mafioso ha conosciuto negli ultimi mesi un incremento sul terreno dell’aggressione ai patrimoni illeciti – sottolinea Mantovano – ma non ha mai abbandonato l’impegno per la cattura dei più pericolosi latitanti». L’arresto di Raccuglia, prosegue, «è l’ennesima importante conferma della efficacia degli sforzi quotidiani che gli appartenenti alle forze di polizia pongono in essere per il ripristino della legalità in aree caratterizzate da storiche ed agguerrite presenze criminali». Per questo Mantovano si augura «che l’operazione odierna, che sottolinea la linea di fermezza che lo Stato ha assunto e continuerà ad assumere, sia affiancata e seguita da una moltiplicazione di fiducia delle popolazioni di tali aree, col coinvolgimento attivo di tutte le istituzioni interessate». «Esprimo gratitudine e compiacimento al Capo della Polizia, prefetto Manganelli – conclude Mantovano- e a tutti coloro che hanno permesso l’arresto di Raccuglia».

RACCUGLIA; GRASSO, SUCCESSO INVESTIGATIVO IMPORTANTE (ANSA) – PALERMO, 15 NOV – «Ho fatto le mie congratulazioni al ministro Maroni, al questore di Palermo e ai ragazzi della sezione catturandi dela mobile. La cattura di Raccuglia è un successo investigativo importantissimo». Così il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha commentato l’arresto del boss palermitano Mimmo Raccuglia. «Quando, poco fa, ho sentito il questore – ha raccontato – era insieme ad alcuni degli agenti della sezione catturandi, ragazzi che conosco bene e con cui ho lavorato quando ero procuratore a Palermo. Ho potuto complimentarmi anche con loro». «Raccuglia – ha spiegato Grasso – è considerato il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa nostra dopo Matteo Messina Denaro. In questi anni ha esteso il suo dominio da Altofonte fino al confine con la provincia di Trapani, come conferma il fatto che si nascondeva proprio nel trapanese».

MAFIA: MARONI,ARRESTATO NUMERO 2 COSA NOSTRA ++ (ANSA) – ROMA, 15 NOV – «L’arresto di Raccuglia è uno dei colpi più duri inferti alle organizzazioni mafiose negli ultimi anni perchè era di fatto il numero due di Cosa Nostra». Lo afferma il ministro dell’interno Roberto Maroni. Il responsabile del Viminale ha telefonato al Capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, per congratularsi dell’operazione eseguita dalla Squadra Mobile di Palermo che ha portato all’arresto del boss ricercato da quindici anni, già condannato a diversi ergastoli e inserito nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi.

RACCUGLIA; SCHIFANI, ARRESTO NUOVA VITTORIA STATO (ANSA) – ROMA, 15 NOV – Appresa la notizia dell’arresto del pericoloso latitante, Domenico Raccuglia, il presidente del Senato, Renato Schifani ha inviato le sue congratulazioni al ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il Presidente Schifani ha anche espresso il suo compiacimento per la brillante operazione telefonando personalmente al Capo della Polizia Antonio Manganelli e al Questore di Palermo Alessandro Marangoni. «L’arresto del boss Raccuglia – si legge in una nota del senato – rappresenta un evento importantissimo e un’ulteriore vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata».

MAFIA: RACCUGLIA; VIZZINI, ORA STRINGERE SU MESSINA DENARO (ANSA) – ROMA, 15 NOV – «Complimenti al Capo della Polizia Prefetto Manganelli, al Questore di Palermo Marangoni, agli uomini della Polizia di Stato ed a tutti coloro che hanno lavorato per la cattura di Domenico Raccuglia». È quanto afferma Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. «L’arresto del boss, uno dei latitanti più pericolosi, rappresenta – spiega Vizzini – un ulteriore colpo verso la disarticolazione totale dei vertici di cosa nostra. Credo che non bisogna assolutamente fermarsi e continuare, costi quel che costi, ad assicurare alle patrie galere ogni mafioso. Mi auguro che si stringa sempre di più il cerchio attorno a Matteo Messina Denaro. I latitanti troveranno ad attenderli il nuovo carcere duro del quale invano si lamentano perchè continueremo nell’azione di contrasto con grande determinazione e senza paura».

MAFIA: RACCUGLIA; LOMBARDO, GRANDE SUCCESSO SOCIETÀ CIVILE (ANSA) – PALERMO, 15 NOV – «Un altro grande successo delle forze dell’ordine, dello Stato, della società civile. L’arresto del boss ricercato da anni perchè accusato di efferati crimini, è una bella notizia per tutti i siciliani che sperano e vogliono con forza che questa terra sia liberata dalla mafia. A nome di tutto il governo regionale voglio congratularmi con il ministro dell’Interno e con il capo della Polizia: questa importante operazione testimonia la voglia di non abbassare la guardia». Lo ha detto il presidente della Regione Raffaele Lombardo dopo la cattura del boss mafioso Domenico Raccuglia.

Oggi tutti si congratulano. Anche Vizzini (che recentemente inseguito dalle polemiche si è dovuto dimettere dalla Commissione parlamentare antimafia). Si congratulano anche Maroni e Mantovano, che hanno fatto tagli devastanti alla sicurezza e alle forze di polizia. Ricordiamoci che gran parte degli straordinari e delle spese anticipate dai singoli funzionari e agenti nelle missioni per gli arresti di Provenzano e Lo Piccolo il ministero degli Interni si è stranamente scordato di pagarli e rimborsarle. La politica salta come al solito sul carrozzone.
Ora tutti a battere le mani, poi si dimenticheranno. Mentre il giovane Nicchi e Messina Denaro continueranno a tessere le trame della riorganizzazione di Cosa nostra.

Tratto da: orsatti.info
di Pietro Orsatti

venerdì 13 novembre 2009

Il Brasile compra cinese


Nei libri di economia brasiliana, il 2009 sarò ricordato come "anno-spartiacque" nella storia commerciale del paese. Dopo un secolare primato degli Stati Uniti in qualità di principale partner commerciale del paese, la Cina le ha ufficialmente soffiato il primato . Analizzando la progressione storica dell'ultimo decennio nelle relazioni commerciali tra i due paesi è interessante notare come nel 2000 la Cina occupava solamente la 12° posizione nel ranking delle esportazioni nel paese. In poco meno di dieci anni il "Dragone"ha inesorabilmente scalato la classifica fino a raggiungerne la vetta nell'anno corrente.
L' espansione cinese nel mercato brasiliano assume ancora più valore se si prende a riferimento l'intero continente sud-americano. Dal 2000 la tigre asiatica continua a guadagnare posizioni, inserendosi tra i primi posti in tutti i paesi del Mercosul in termini di esportazioni: primo partner commerciale per Cile e Brasile; secondo per Argentina, Perù e Cuba; terzo per il Venezuela; quarto per la Colombia e quinto per Messico e Uruguay.
È la quarta onda di espansione commerciale cinese, cominciata negli anni '80 nella stessa Asia, proseguita negli Usa, abbattutasi con forza micidiale in Africa e adesso rivolta all'America Latina.
L'esportazione cinese si è oramai liberata da 20 anni dal tradizionale triangolo "scarpe-vestiti-ninnoli", invadendo a ritmi sempre più frenetici i mercati mondiali con prodotti a media e ad alta tecnologia a prezzi estremamente competitivi. Il mercato brasiliano, con un numero crescente di persone che vagliano la soglia della povertà per inserirsi nel mercato consumistico non poteva certo sfuggire all'assalto cinese. In cambio, la Cina richiede al gigante brasiliano specialmente materie prime ( il 77% delle importazioni dal paese). La sete cinese di petrolio non può che essere inoltre stimolata dalla recente scoperta della "Pre-sal" , ossia di una serie ininterrotta di giacimenti petroliferi lungo la costa tra gli stati di Rio de Janeiro e San Paolo, che nella migliore delle ipotesi permetterebbero l'estrazione di 80 miliardi di barili di petrolio, un numero in grado di cambiare la mappa dell' industria petrolifera mondiale, facendo diventare il Brasile addirittura il primo produttore di greggio fuori dal Medio Oriente. Dell'interesse cinese è prova il versamento netto di 10 miliari di dollari effettuato dalla Chinese Development Bank nelle casse della Petrobras in cambio di 200,000 barili di petrolio al giorno per i prossimi dieci anni. In maggio i presidenti Lula e Hu Juntao si sono riuniti coi rispettivi ministri dell'economia a Pechino per sancire con ancora più vigore le relazioni commerciali tra i due paesi
è necessario trattare con la dovuta cautela questi dati. La supremazia commerciale nella regione latino-americana è ancora saldamente nelle mani del potente vicino statunitense. Gli USA rimangono ancora il principale partner commerciale della regione con il 37% del flusso di esportazioni totale, traendo beneficio da antichi accordi di libero commercio siglati con Messico, Cile, paesi caraibici e centro-americani. Ciò che sta rappresenta una novità, secondo le parole di Mikio Kuwayama della divisione di Commercio Internazionale della CEPAL, è " la crescita costante degli scambi commerciali tra Cina e America Latina, poco attaccati dalla violenta crisi economica internazionale e passati, negli ultimi quattro anni, dal 4% al 10% del totale".
È tutto ora quel che luccica quindi? Non tutto,logicamente. Le preoccupazioni del governo brasiliane per la eccessiva penetrazione economica cinese sono esposte dal Segretario del Commercio Estero per il Ministero del dello Sviluppo Welber Barral: " la grande sfida che la Cina ci lancia riguarda i mercati terziari. Il Brasile rischia di soffrire la concorrenza dei prodotti cinesi nei suoi mercati tradizionali." L a Confederazione Nazionale di Industria Argentina ha citato a tal proposito perdite del mercato interno brasiliano non solo in scarpe e vestiario, ma anche in prodotti farmaceutici, strumenti ottici e medici.
L'espansione cinese continua, senza sosta. Saranno delicati giochi politici tra le due potenze continentali emergenti a definirne la portata.

Fonti:
The Economist. The Dragon in the back yard, 13 Agosto 2009
Folha de S. Paulo, China amplia comércio com o AL e compete com o Brasil, 4 ottobre 2009

di Luca Catalano

Israele e la sua impunità e incriticabilità assoluta, pena l'accusa infamante di "antisemitismo"


Per Israele, dopo anni e anni, sembra sgretolarsi l'impunità di fatto di cui questo Stato ha goduto, in sede internazionale, per la sua politica avventurista e per quanto commesso dal 1982 ai nostri giorni sia in Libano che nei Territori occupati.

Ha cominciato l'AIEA, il 18 settembre scorso, approvando per la prima volta un documento che censura il possesso illegale di testate atomiche (mai ufficialmente dichiarate, ma stimate nell'ordine delle centinaia) da parte dello Stato ebraico, invitandolo perentoriamente a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare ed a sottoporsi ai controlli periodici da parte della stessa AIEA.

I rapporti con la Turchia poi, fino a pochi mesi fa alleato di ferro di Israele, stanno precipitando; infatti il primo ministro turco Erdogan, dopo aver aspramente criticato Israele per sua operazione "piombo fuso" contro Gaza tenutasi a cavallo tra il 2008 e il 2009, ha parlato apertamente di "crimini" di guerra da parte israeliana e ha cancellato le manovre congiunte tra l'aviazione israeliana e quella turca nell'ambito delle esercitazioni NATO che si sono tenute in Turchia.
Lo stesso Erdogan si è poi recato a Teheran il 27 ottobre, accolto con tutti gli onori da Ahmadi Nejad, per affermare la necessità di un deciso miglioramento dei rapporti tra i due Paesi e con la Siria di Bashar Al Assad. In quella occasione Erdogan si è anche detto sicuro della buona fede del governo iraniano nello sviluppo di tecnologia nucleare per scopi pacifici, facendo chiaramente intendere che un'aggressione armata da parte israelo-americana all'Iran potrebbe avere conseguenze molto gravi nelle relazioni di quei due Paesi con lo Stato turco.

Mahamud Abbas (alias Abu Mazen) ha recentemente manifestato la volontà di non ripresentarsi alle elezioni di gennaio per la presidenza dell'Autorità nazionale palestinese, amareggiato per lo stallo dei negoziati. Il governo israeliano si è grandemente allarmato per questa decisione, poiché Abu Mazen è stato, finora, l'unico ad accettare il negoziato con gli occupanti senza porre precondizioni e, soprattutto, senza porre limiti di tempo al raggiungimento di un accordo qualsivoglia, tanto da destare ragionevoli sospetti, nel mondo musulmano, che egli sia uno strumento in mano a Washington e Tel Aviv, piuttosto che colui che dovrebbe difendere gli interessi di coloro che subiscono da più di 40 anni un'occupazione militare da parte di uno Stato straniero. La possibilità che venga eletto qualcuno che voglia negoziare risolutamente e con traguardi precisi preoccupa molto Tel Aviv, tanto che Shimon Peres (Presidente della repubblica) ha pubblicamente invitato Abu Mazen a rivedere le sue posizioni.

Ma la minaccia più grave, per la diplomazia israeliana, sembra oggi provenire dall'ONU.

L'assemblea plenaria ha infatti approvato, il 5 novembre, una risoluzione (con 119 "sì", 8 "no" e 44 astenuti) che "invita" il governo israeliano a istituire, entro 3 mesi, una commissione "credibile ed indipendente" che indaghi su "eventuali" crimini di guerra e di crimini contro l'umanità commessi durante l' operazione "piombo fuso" che ha provocato, a Gaza, circa 1400 morti (quasi tutti civili) per causa dell'esercito israeliano.
La stessa risoluzione raccomanda poi al Segretario generale Ban Ki Moon di portare, sempre entro 3 mesi, la questione al Consiglio di sicurezza per prendere eventuali misure.
La risoluzione deriva dal recepimento, da parte dell'Assemblea generale, del rapporto Goldstone (dal nome del giudice sudafricano che ha presieduto una apposita commissione istituita dal Consiglio dei diritti umani della stessa ONU); essa prevede altresì la trasmissione del rapporto Goldstone al Tribunale Penale Internazionale (TPI) dell'Aia.
A questo punto la grana passa nelle mani di Barack Onbama e del TPI.
Se, infatti, il Consiglio di sicurezza dovesse adottare una ferma risoluzione di condanna (con eventuali sanzioni) contro Israele per quanto perpetrato a Gaza, Obama, causa le fortissime pressioni delle lobbies sioniste, sarebbe costretto a porre il veto. Resta da vedere, in questo caso, cosa rimarrebbe della credibilità "ecumenica" verso il mondo musulmano di un Presidente americano che, per secondo nome (ironia della sorte!), porta quello di Hussein, cioè dell'Imam nipote di Muhammad morto da eroe a Karbala nel 680 e celebrato in tutto l'Islam.
Il TPI, dal canto suo, che ha sempre dormito sonni profondi nei confronti delle malefatte israeliane compiute negli ultimi decenni, non potrà più ignorare la questione delle stragi di Gaza, data l'autorevolezza (la segreteria ONU) da cui proviene l'invito ad esaminare il rapporto Goldstone; se ne dovesse scaturire una formula assolutoria per Israele, questo tribunale perderebbe ogni residuo di credibilità, già fortemente compromessa.

Un'epoca sembra finita per Israele: quella dell'impunità e della incriticabilità assoluta, pena l'accusa infamante (equivale ad una scomunica laica) di "antisemitismo".
Sarà veramente così?

di Gian Carlo Caprino

Link: Clarissa.it

Un'economia drogata da un fiume di coca


Abbiamo conosciuto in Italia l'economia "drogata" dall'inflazione, come negli anni 70. E abbiamo sperimentato riprese effimere "drogate" dalla svalutazione del cambio della lira. Ma nessuno aveva previsto, in generale, che una "droga" propriamente detta, nel caso specifico la cocaina, potesse avere un ruolo significativo nella crisi da "finanziarizzazione estrema" che ha portato il mondo sull'orlo del baratro. Né, tantomeno, qualcuno aveva previsto che il consumo di cocaina sarebbe divenuto, in Italia, un problema che attraversa l'intera società, comprese le sue classi dirigenti.

Invece questa è la realtà, scomoda e terribile quanto si vuole, che non serve però nascondere né derubricare come fenomeno che "c'è sempre stato, in fondo". Vero: la storia italiana è piena di scandali e scandaletti del genere a metà strada tra cronaca nera e di costume. Ma ormai da diversi anni il fenomeno è cresciuto a tal punto da essersi radicato in pianta stabile in tutti (nessuno escluso) i circuiti decisionali e professionali che contano. Ne è scaturito così un sistema grigio a bassa affidabilità, in buona parte sommerso e in parte sulla soglia dell'emersione, che esercita una sorta di codice di selezione al contrario e condiziona il sistema di relazioni inquinate, appunto, dal fattore cocaina.

Possibile? Dati e autorevoli analisi lo confermano. È di due giorni fa l'allarme lanciato dal capo dipartimento sulle dipendenza dalle droghe della clinica universitaria di Ginevra: ormai si ricoverano a decine i banchieri, gli operatori di piazze finanziarie e i professionisti su cui si esercita la pressione delle performance.

Qualche mese fa, Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Mario Negri di Milano, ha spiegato che «l'uso della cocaina (che crea un'alterazione nella percezione del rischio) da parte di operatori del mondo della finanza può aver avuto un ruolo nel dispiegarsi della crisi». Nel suo recente libro Un fiume di cocaina, lo psichiatra Furio Ravera disegna scenari, purtroppo verosimili, da apocalisse bianca e fa capire quanto chi consuma questa droga è inserito nella società e impone modelli d'azione temerari.

Dalla metafora alla realtà, il Po – segnalava già nel 2005 l'Istituto Negri – è "un fiume di cocaina", tanto è pieno dei residui delle "piste". Quattro anni fa, il Cnr stimava in 4,2 miliardi i costi del consumo di coca. Mentre nel 2007 l'Osservatorio della Regione Lombardia diretto da Riccardo Gatti prevedeva entro il 2010 un aumento dei consumatori di cocaina del 40 per cento. E Milano, in dose giornaliere per mille abitanti, supera Londra e Lugano.

Qualche giorno fa Gatti è tornato sul tema. Affermando che a Milano la classe dirigente è prigioniera della droga (cocaina ed eroina) e del giro che la smercia : «È una società civile in ostaggio e potenzialmente sotto continuo ricatto», e la prevenzione deve essere fatta anche in azienda, «perché lì sta la classe dirigente della città».
Fanno impressione i numeri. Ma colpisce soprattutto quella "società civile in ostaggio". A Milano, stando alla denuncia di Gatti: però chi potrebbe dire, oggettivamente, cose diverse per Roma? Responsabilità (d'impresa e della politica) vorrebbe che sulla società "in ostaggio" s'accendesse un faro di luce e di consapevolezza.

di Guido Gentili

Due Coree: due minuti di tensione alle stelle in attesa di Obama


Se il buongiorno si vede dal mattino, il primo viaggio di Barack Obama in Asia si preannuncia piuttosto impegnativo. Alla vigilia del tour del presidente Usa in Estremo Oriente, ieri le due Coree si sono misurate in una piccola battaglia navale nel Mar Giallo, nei pressi del confine che divide le acque territoriali di Corea del Nord e del Sud. Due minuti di tensione alle stelle con scambio di fuoco tra un una nave della marina militare di Pyongyang e un’imbarcazione da guerra di Seoul: illeso l’equipaggio di quest’ultima, malridotta e “avvolta dalla fiamme”, secondo i testimoni sudcoreani, la prima. Sulla dinamica dei fatti, ovviamente, le due versioni sono discordanti, entrambe le parti lanciano accuse e pretendono scuse formali: secondo Seoul, la propria nave ha aperto il fuoco dopo aver avvistato un’imbarcazione nordcoreana al di qua del confine e aver sparato alcuni colpi di avvertimento senza risultato. Nella versione di Pyongyang, la nave sudcoreana avrebbe attaccato a tradimento l’imbarcazione della propria marina militare che stava tornando da un’ispezione all’interno delle proprie acque territoriali: “una grave provocazione armata”, tuonava ieri un comunicato nordcoreano, “a cui la nostra nave, senza perdere tempo, ha risposto con colpi di rappresaglia”. Erano sette anni che non si verificavano “incidenti” simili, anche se stavolta non ci sono state vittime. Nel 2002 lo scontro navale più sanguinoso, con 30 marinai nordcoreani e 4 sudcoreani rimasti uccisi, mentre nel ’99 le perdite, almeno 17, le aveva registrate tutte Pyongyang. E non è certo un caso che lo scontro navale si sia verificato proprio alla vigilia del primo viaggio asiatico di Obama. «Da parte di Pyongyang è un chiaro tentativo di tenere alta l’attenzione pochi giorni prima dell’arrivo del presidente americano», dice al Riformista Rosella Ideo, docente di Storia politica e diplomatica dell'Asia Orientale dell'Università di Trieste ed esperta della questione nordcoreana. «Del resto – continua la prof.ssa Ideo – i nordcoreani negli ultimi anni hanno sempre usato i “fuochi d’artificio”come strumento diplomatico. C’è anche il fatto che lunedì, in occasione della commemorazione della caduta del muro di Berlino, alcuni sudcoreani hanno lanciato, vicino alla zona demilitarizzata, palloni gonfiabili pieni di volantini anti-Kim Jong Il, una provocazione da parte di Seoul che si ripete da tempo. Ma non vedrei nell’episodio avvenuto in mare altro che non la volontà di richiamare l’attenzione». Attenzione americana che peraltro è già tutta concentrata sulla questione nordcoreana. Nei giorni scorsi Pyongyang ha strappato a Washington l’accordo per un primo incontro a due, in programma nella capitale nordcoreana a fine mese: «Mai come oggi gli Usa hanno dimostrato in maniera così evidente di voler trattare il problema – dice ancora Rosella Ideo -, un segno di discontinuità rispetto alla politica di Bush che Obama vuole rimarcare anche mettendo al primo posto la sintonia con i suoi principali alleati, Seoul e Tokyo, per evitare di creare fronti contrastanti nell’ambito dei colloqui a sei e di cadere così nella trappola di trattative che poi cadono nel vuoto». Pyongyang, infatti, sarà anche al centro dei colloqui con i vertici del governo cinese e con il nuovo premier giapponese Yukio Hatoyama. In Giappone, però, ad attendere Obama c’è un’altra questione delicata, quella dei nuovi equilibri all’interno dell’alleanza con Tokyo. Lo storico passaggio a un governo guidato dai democratici, dopo 54 anni di dominio liberaldemocratico, è avvenuto sotto il segno della speranza nel cambiamento, proprio come “hope” e “change” erano state le parole chiave della vittoria di Obama. Il “change” giapponese, però, dovrebbe passare anche per un riequilibrio dei rapporti con Washington, così prometteva Hatoyama in campagna elettorale, caratterizzati fin dal dopoguerra da una eccessiva sudditanza di Tokyo. La decisione di ritirarsi dalla missione afghana, che ha fatto storcere il naso agli americani, è stata un primo segno di discontinuità rispetto al passato. Ma la grande scommessa è legata alla questione delle basi Usa sul territorio nipponico, in particolare la grande base aerea di Futenma, a Okinawa. Lunedì, nell’isola, sono scesi in piazza in 21mila per chiederne l’immediata chiusura e non, come vorrebbe un piano siglato nel 2006 da Bush e dall’allora governo liberaldemocratico, il parziale spostamento in un’altra area dell’isola. Hatoyama ha fatto sapere di voler rivedere il piano, ma gli abitanti che vorrebbero vedere l’isola finalmente libera, lo accusano di eccessiva timidezza. Per ora il problema è rimandato, Hatoyama non entrerà nel merito della questione: troppo spinosa per la prima, attesa visita di Obama, rischierebbe di rovinare la festa. Soprattutto dopo l’annuncio di ieri: Obama vorrebbe visitare, un giorno, Hiroshima e Nagasaki, entrando nella storia come il primo presidente Usa a mettere piede nelle città bombardate dall’atomica americana.

di Junko Terao

mercoledì 11 novembre 2009

Giovanardi il cattolico nazifascista


Osservate bene il viso di quest’uomo: costui è un “Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche per la famiglia, al contrasto delle tossicodipendenze e al servizio civile”, come si può leggere sul sito del Governo[1]
E’ la stessa persona che appena commentato la morte di Stefano Cucchi con le seguenti parole:

Stefano Cucchi è morto perché “anoressico, drogato e sieropositivo. Era in carcere perché era uno spacciatore abituale. La verità verrà fuori, e si capirà che è morto soprattutto perché era di 42 chili. (E’ la droga N d. A.) che ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi c'è il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così.[2] ”

Aggiungo l’audio in una differente nota[3], perché è difficile credere che un personaggio che ha responsabilità di governo possa pronunciare simili castronerie.

Terminator/Giovanardi è per prima cosa un mendace, poiché afferma che Stefano era sieropositivo – la famiglia ha sempre ammesso la tossicodipendenza, ma sempre smentito la sieropositività – e dunque il Conan da Modena dovrebbe per lo meno citare le fonti. Se le ha.

Per seconda cosa è un pagano nel senso spregiativo del termine, perché pronunciando quelle parole ha abiurato non solo la (sedicente) religione alla quale appartiene, bensì dimostra di nemmeno conoscere i Vangeli, la vita del Cristo, la Pietas, la Carità, la Misericordia. E neppure mostra un po’ di comprensione per il dolore dei genitori.

Per terza cosa, Giovanardi riteniamo che abbia molte difficoltà nell’attività politica, come le ha qualsiasi non vedente. Non ci può essere altra spiegazione: Giovanardi è orbo, non ha visto sul viso di Stefano i segni delle botte, né il pietoso stato del suo corpo dopo la morte. Attenzione, sono immagini crude[4] .

Per quarta cosa, ci sovviene il dubbio che Giovanardi millanti una Laurea in Legge, che non comprendiamo come possa aver conseguito, giacché quel corso di Laurea prevede un esame d’Italiano, e Giovanardi non sa leggere. Se sapesse leggere, avrebbe letto i referti medici dell’autopsia sul povero Stefano[5], nella quale sono state rilevate “lesioni ed ecchimosi nella regione palpebrale bilaterale…la rottura di alcune vertebre…presenza di sangue nello stomaco e nell’uretra”. Tutte causate dagli spinelli, ovviamente.

Fine dell’ironia.
Le affermazioni di Giovanardi sono di una gravità incommensurabile, di una tristezza intellettuale senza limiti, sono un vulnus che – in qualsiasi Paese civile – condurrebbero immediatamente alle dimissioni.
Non stiamo eccedendo né estremizzando: le uniche affermazioni che possiamo accomunare a quelle di Giovanardi sono le esternazioni dei Generali argentini e cileni, le quali tentavano di giustificare le pratiche dei vari “Squadroni della Morte” sudamericani.

Ma c’è un precedente ancor più sinistro e terribile: se, come si può evincere dalle parole di Giovanardi, Stefano è morto in quanto “drogato”, quindi “fragile”, “ineluttabilmente destinato” – non pensiamo di travisare il Giovanard-pensiero, perché altro non si può concludere dalle sue parole – Carlo Giovanardi s’affratella ad un altro individuo che sancì l’indegnità di vivere per i debilitati, i gracili, gli psicolabili. Era Adolf Hitler.

Buona famiglia, buon contrasto alle tossicodipendenze e buon servizio civile a tutti: siete in buone mani.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/11/carlo-giovanardi-detto-il-terminator.html
9.11.2009

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.governo.it/Governo/Biografie/sottosegretari/Giovanardi_Carlo.html
[2] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-2/giovanardi-cucchi/giovanardi-cucchi.html
[3] Vedi: http://tv.repubblica.it/copertina/giovanardi-cucchi-morto-perche-drogato/38832?video
[4] Immagini crude, del corpo di Stefano: http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=29c412580fc33ba7
[5] Fonte: http://www.anarchiainazione.org/node/2535

URSS, il petrolio ne decretò la fine


La caduta del muro di Berlino vent’anni fa è stato il segnale più dirompente della crisi sovietica in fase avanzata. Si temeva nella notte del 9 novembre l’arrivo devastante di divisioni corazzate sovietiche, come già successo nel 1953 nella stessa città e nel 1968 a Praga. Non successe, e il mondo cambiò per sempre.

Sulle ragioni della crisi sovietica si è scritto molto e la tesi più accreditata è quella dell’ “iperspesa” sovietica. Il sistema statale inefficiente, reso isterico dalla competizione militare reaganiana, giunse in pochi anni a una crisi che generò prima il disarmo, e poi la disgregazione.

Esiste però un altro aspetto meno noto della crisi, dovuto al calo delle entrate pubbliche, fortemente dipendenti dall’esportazione di gas e petrolio. La Cia ha calcolato che nel 1985 il 35% delle entrate in valuta pesante di Mosca dipendevano dagli idrocarburi. Queste enormi entrate erano generate per solo un terzo dell’esportazione, destinata ai Paesi occidentali, i restanti due terzi erano assegnati ai Paesi socialisti del Council of Mutual Economic Assistance.

Nel maggio del 1986, il prezzo del barile scese sotto i 10 dollari. Ciò generò un duplice effetto: da una parte le entrate in valuta pesante si abbassarono; dall’altra, i Paesi socialisti, legati a contratti di fornitura di lungo periodo, finirono per pagare il petrolio più della compagine occidentale, acuendo i problemi di stagnazione condivisi dalle maggiori economie di comando.

Mosca tentò di reagire: a partire dal 1986, i fondi destinati agli investimenti energetici aumentarono, raggiungendo in due anni il 24,3 % del totale degli investimenti sovietici. Ciò non bastò: le attrezzature sovietiche erano almeno vent’anni indietro rispetto a quelle americane. L’esplorazione portava sempre meno risultati.

Già nel 1983 la Cia rilevava che l’Urss stava iniziando a dirottare il petrolio dai consumatori allineati dell’Est Europa all’Occidente, pur di far cassa; e per alcuni mesi era riuscita a tenere in equilibrio il bilancio statale. Dagli inaffidabili bilanci statali iniziò a trasparire che Mosca stava però incorrendo in qualche problema: tra il 1985 e il 1987 i prestiti delle banche europee al Cremlino salirono da 11 a 26 miliardi di dollari. Il deficit nel 1989 esplose a 160 miliardi.

Il punto chiave della storia è che la crisi petrolifera sovietica è stata in parte indotta da una deliberata strategia americana. Nel 1977 la Cia rilevò che il settore petrolifero sovietico era sull’orlo della crisi (The Impending Soviet Oil Crisis, Er 77-10147); sarebbe stato salvato dalla risalita dei prezzi del 1979. Il neoliberale Regan aprì il settore petrolifero per motivi squisitamente domestici (favorire i consumi nazionali), ma con la consapevolezza che ciò avrebbe danneggiato le casse sovietiche.

Non è un caso che nel 1985 il direttore della Cia Bill Casey venne inviato in Arabia Saudita a parlare col suo omologo, il principe Turki. Il messaggio? Se volete mandar via i russi dall’Afghanistan, producete più petrolio. Gli arabi presero tempo. Poi si accorsero che, in realtà, già i consumi petroliferi erano in caduta (a causa dell’efficientamento economico post-1979); inoltre la produzione non-Opec era cresciuta di 10 milioni di barili al giorno tra il 1981 e il 1986, grazie anche alle aperture americane. L’Arabia Saudita produceva 2 milioni di barili di petrolio al giorno nell’agosto del 1985; in sei mesi passarono a cinque milioni di barili al giorno. I sauditi mantennero costanti i loro introiti aumentando le quantità, con il barile scivolato sotto i dieci dollari; ma riuscirono a ottenere l’obiettivo della ritirata sovietica. Mosca lasciò in realtà tutto il quadrante mediorientale. Non fu un caso.

Stefano Casertano insegna “Economia e Politica del Petrolio” all’Università di Potsdam
Link: limes

martedì 10 novembre 2009

Il bluff del 41 bis


Buoni se servono a portare lustro, scomodi se dicono più del dovuto. Il Pdl propone una commissione all’assalto del collaboratori di giustizia. E si nasconde dietro il teatrino delle carceri speciali.

Ci risiamo. Quando servono per compiere un’operazione di polizia o la cattura di un latitante di cui fregiarsi nessuno osa dire nulla, quando invece le loro dichiarazioni si alzano di livello ecco scatenarsi la solita caccia alle streghe contro i collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Con il pretesto che un numero esiguo di questi è ritornato a delinquere uscendo così dal programma di protezione si è sempre cercato di screditare l’intera categoria. Oggi quattro senatori del Pdl hanno persino proposto l’istituzione di una commissione apposita per verificare se, quando e come sono stati spesi i soldi con cui lo Stato ha ricompensato quei collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni in seguito non hanno avuto riscontri. L’esempio più gettonato, da sempre, è quello di Balduccio Di Maggio il quale parlò del bacio tra Totò Riina e Giulio Andreotti e poi, una volta scappato in Sicilia, commise altri reati di mafia.

Come al solito si cerca di far passare l’idea che l’intero impianto accusatorio formulato dalla Procura di Palermo a carico del senatore Andreotti sia stato basato sulle uniche dichiarazioni di costui e che il processo sia finito con un’assoluzione piena, quando ormai è noto che sono intervenute una prescrizione “per i reati commessi” fino agli anni ’80 e un’assoluzione per mancanza di prove per il periodo successivo. Fa parte del gioco, così come è chiaro che questa ennesima boutade sia frutto della legittima preoccupazione dei berluscones per le nuove dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul senatore Marcello Dell’Utri. Proprio in questi giorni infatti la Corte che presiede il processo d’appello a carico dell’esponente politico ha sospeso la requisitoria del Pg Gatto, prossima alla conclusione, per poter sentire il neo collaboratore le cui ricostruzioni sono state considerate di notevole interesse.

Era ovvio aspettarsi una contromossa. D’altra parte la demolizione dei pentiti e delle loro dichiarazioni erano in testa anche alle richieste di intervento che Cosa Nostra pretese da parte dello Stato in cambio della cessazione delle stragi. Lo possiamo leggere tutti ormai nel famigerato “papello” che viene a confermare dopo anni quanto avevano già detto Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca.

Quel Brusca macellaio e assassino senza il quale però non sapremmo nulla della strage di Capaci ne della trattativa tra mafia e stato che oggi è tornata alla ribalta con il racconto di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito non è un pentito, ma un testimone diretto e che piaccia o non piaccia i suoi ricordi combaciano molto con quelli di boss di primo piano che hanno scelto di passare dalla parte dello Stato. Compreso Nino Giuffré grazie al quale la procura di Palermo ha letteralmente smantellato l’intera rete di protezione di Provenzano facendo giungere alla cattura non solo del capo di Cosa Nostra ma di un numero elevatissimo di fiancheggiatori, compresi l’ingegner Aiello, dominus della sanità siciliana, e persino infedeli servitori dello Stato.

Ma quando il ministro Maroni snocciola i numeri del successo del governo contro l’ala militare di Cosa Nostra si dimentica sempre di sottolineare che senza i collaboratori di giustizia in questi anni si sarebbe potuto far bene poco. E assolutamente niente sul fronte delle indagini sulle stragi di mafia. Nemmeno Falcone e Borsellino avrebbero potuto infliggere a Cosa Nostra i colpi più duri della storia senza Buscetta, Contorno o Marino Mannoia.

Questo non significa ovviamente che non ve ne siano di falsi e corrotti. La recente vicenda di Scarantino, smentito proprio da Spatuzza è un esempio di come si possa tentare di depistare un’intera indagine con un falso collaboratore. Del resto lo sa bene anche il senatore Dell’ Utri che secondo la prima sentenza che lo ha condannato ha cercato di comprare la testimonianza di tale Chiofalo. Sta alla magistratura poi svolgere minuziosi controlli e stando alle statistiche, in rapporto ad altri stati come gli Usa, gli errori sono stati assai limitati.

E’ chiaro che a nessuno piace pensare, per esempio, che quei pochi spiragli di verità sulle stragi di cui siamo in possesso dopo 17 anni debbano venire dalla bocca di Cosa Nostra, tra pentiti e il figlio di un mafioso, ma se non fosse stato per loro non avremmo idea di quanto è accaduto tra il 1992 e il 1993, in quel biennio che ha cambiato il volto del nostro Paese. E’ il prezzo che paghiamo per aver tollerato, sottovalutato, minimizzato la capacità di evoluzione, crescita e infiltrazione del fenomeno mafioso che accompagna la storia d’Italia da 150 anni. Del resto hanno avuto più coraggio e dignità loro, seppur alcuni con la finalità di trarne qualche vantaggio, che molti dei politici, dei magistrati, degli imprenditori che sapevano e sanno e che hanno taciuto e tacciono, salvo farsi venire in mente qualche particolare dopo decenni.

Del resto chi ha qualcosa da nascondere questo lo sa benissimo, e invece di proporre commissioni che si concentrino sulle collusioni tra mafia, politica e imprenditoria si accaniscono ancor di più di quanto non sia già stato fatto su uno strumento tanto difficile da gestire quanto indispensabile per sconfiggere la mafia. Quello che assieme alle intercettazioni penetra più facilmente nel muro di omertà e segretezza che protegge i boss e le loro propaggini istituzionali.

E siccome alle intercettazioni ci hanno già pensato ora eccoli pronti a dare il colpo di grazia anche a pentiti e testimoni, tutti ben nascosti dietro il teatrino del 41 bis e della riapertura delle carceri di Pianosa e dell’Asinara.

Il governo dell’apparenza mostra i muscoli contro boss e gregari facendo credere all’opinione pubblica che la lotta alle mafie sia solo una questione di guardie e ladri, di picciotti arroganti che di tanto in tanto cercano di infastidire qualche politico con affari allettanti.

Niente di meglio per la propaganda. Usare un tema così importante come il ripristino dell’originario carcere duro, strumento comunque valido per la repressione mafiosa, per dimostrare di essere inflessibile con i “cattivi”, ma guai a chi tocca i “colletti bianchi” seduti nello scranno accanto.

Un bluff che si è sgonfiato subito. E’ bastata la protesta di qualche ambientalista e la scusa del turismo.
“Salvo un gioiello della natura”, ha esclamato il ministro Prestigiacomo, dopo l’istantanea e ridicola marcia indietro sulla riapertura del carcere di Pianosa. “Gioielli erano i nostri figli” le ha risposto Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, di quelle mamma e quei papà che hanno visto i loro figli massacrati dalla furia di Cosa Nostra sospinta da chi dialogava e trattava nell’ombra con i mafiosi.

Questo la dice lunga su quanto l’intero paese Italia sia ancora molto lontano da una presa di coscienza collettiva della pericolosità del fenomeno mafioso per l’intera democrazia. Mentre famiglie intere piangono ancora i loro cari vittime dell’ingiustizia, altre famiglie pensano ancora di poter vivere ignorando la questione, pensando che la lotta alla mafia riguardi solo magistratura e polizia e chi, sfortunato, ne è stato suo malgrado coinvolto.

Non è certo con il solo 41bis che si risolve la questione mafiosa. Il nodo da sciogliere infatti, come ricordava Borsellino, è politico. Ma la politica vive di consenso e se non è il popolo a pretendere, unito, giustizia per i propri caduti, tutti i suoi figli, dal nord al sud, ci sarà ben poco da fare. Altro che esercito, carceri speciali e latitanti catturati...

di Anna Petrozzi.

Fonte: antimafiaduemila.com.

lunedì 9 novembre 2009

Dymovskij il maggiore contro la polizia russa


Il primo effetto del clamoroso gesto di un poliziotto di Novorossijsk – mettere su YouTube una viceo-denuncia della corruzione dei propri superiori – è stato il licenziamento in tronco: ma la storia non è ancora finita e potrebbe avere sviluppi interessanti. La vicenda sta facendo il giro del mondo ed è anche sulle prime pagine dei media russi: il maggiore di polizia Aleksej Dymovskij, in servizio nella città di Novorossijsk, sul Mar Nero, esasperato per lo stato delle cose nel suo reparto, qualche giorno fa ha “postato” sul suosito personale e quindi su YouTube un video di sette minuti in cui descrive per filo e per segno – e con tanto di nomi e cognomi – il degrado e la corruzione imperanti nella polizia locale. In poche ore, oltre duecentomila persone hanno visto il video, che rivela inchieste per delitti inesistenti, arresti e incarcerazioni di persone innocenti, angherie d’ogni genere verso gli agenti restii ad adeguarsi al “sistema”, e via dicendo; per finire con una provocatoria richiesta di incontrare il premier Vladimir Putin in persona, per spiegargli come vanno le cose laggiù, “alla base”.


Come che sia, nel giro di due giorni il comando della polizia della regione di Krasnodar, di cui fa parte Novorossijsk, su istruzioni del ministero dell’interno federale ha “condotto un’inchiesta interna” per accertare la consistenza delle accuse lanciate dal maggiore: ovviamente il risultato è stato che le accuse “non hanno trovato nessuna conferma” e di conseguenza il maggiore è stato immediatamente licenziato e incriminato per calunnia e diffamazione. Ma questo esito era dato per scontato anche da Dymovskij, così come le accuse di essere un assenteista, o le “lettere aperte” firmate da gruppi di colleghi e di ex colleghi in cui si difende a spada tratta l’onore della polizia locale e degli ufficiali accusati dal maggiore: il quale si era già munito di un avvocato e anche di un paio di bodyguard, temendo per la propria incolumità. Ma, come detto, la storia non finisce qui.L’iniziativa del maggiore Dymovskij in effetti non rivela niente di nuovo: in Russia da sempre tutti sanno che la polizia è uno degli organismi statali più corrotti, e da diversi anni anche le autorità ne parlano come di un problema grave per lo sviluppo della società russa. Ancora poche settimane fa un anonimo alto funzionario del ministero dell’interno aveva ammesso in un’intervista alla Bbc che il problema era “terribile”; e il presidente Dmitrij Medvedev ha ripetutamente affrontato il problema della corruzione nei diversi comparti della pubblica amministrazione, istituendo anche un’apposita commissione per venirne a capo.

Ieri infatti, come riferisce l’agenzia RosBalt, è arrivata a Novorossijsk una speciale commissione federale per condurre un’indagine su quel che sta succedendo nel corpo di polizia locale: e la commissione ha già fatto sapere che intende incontrare il maggiore e sentire direttamente da lui quali potrebbero essere le prove che confermano le sue accuse. Dymovskij ha detto infatti domenica di avere numerose prove fattuali delle sue accuse, da registrazioni telefoniche a ordini di servizio a testimonianze di colleghi che vogliono per ora restare anonimi. Difficile pensare che dal Cremlino si voglia creare un terremoto troppo forte – che potrebbe avere ripercussioni imprevedibili in tutto il paese – incriminando in blocco tutta la polizia di Novorossijsk (e oltre a tutto non è nemmeno detto che il maggiore non abbia un po’ esagerato nelle accuse per farsi pubblicità); ma non si può escludere nemmeno che qualche provvedimento venga in effetti preso, per dare un segnale sia all’interno della polizia sia soprattutto all’esterno, dove in molti cominciano a chiedersi quanto siano credibili dei leader nazionali che tuonano contro la corruzione e poi assolvono sistematicamente i corrotti e puniscono chi li denuncia. Troppo ottimismo?


Link: il Manifesto.it

di a. d.

Koenisberg o Kaliningrad, una città russa in Europa


Si racconta che i cittadini di Koenigsberg fossero soliti regolare gli orologi alla vista del filosofo Immanuel Kant, uomo talmente metodico da non sbagliare mai l'orario delle sue passeggiate lungo le strade della città. La Koenigsberg nella quale Kant nacque, visse e morì, oggi non esiste più. Era una tra le più fiorenti e meravigliose città dell'impero prussiano, del quale divenne capitale. Fondata nel 1254 dai Cavalieri teutonici, nel Medioevo e nel Rinascimento fu centro di intensi commerci con Londra e Novgorod, allora seconda città dell'impero russo. Fiorì e si sviluppò, Koenigsberg, fino a diventare la perla architettonica della Prussia Orientale, porto sul Baltico circondato da una natura intatta e coronato dalle splendide dune di Kurshskaya Kosa, oggi patrimonio mondiale dell'Unesco.

Koenigsberg perse per sempre la sua storia, la sua dignità e il suo nome dopo 500 tonnellate di bombe britanniche piovute da un cielo in tempesta nell'estate del '44 e dopo tre giorni di assedio sovietico nell'aprile del '45 (morirono 46 mila soldati tedeschi e 60 mila sovietici). Delle mura fortificate, del castello, della cattedrale, dell'università Albertina, dei quartieri di Altstadt, Löbenicht, Kneiphof non rimane memoria. Un destino inflitto a Koenigsberg prima da Londra, per vendetta contro il bombardamento tedesco di Coventry, poi perchè gli Alleati sapevano, dopo Yalta, che la città sarebbe diventata di Stalin. Non volevano lasciargli un simile gioiello.

La condanna a morte di Kaliningrad fu completata dai sovietici, attraverso una delle più feroci pulizie etniche della Seconda Guerra mondiale e la completa russificazione della regione. L'85 percento della città fu distrutta e 200 mila cittadini (dei 316 mila che la abitavano prima della guerra) furono cacciati in Germania o deportati in Siberia. Molti altri morirono nei bombardamenti o nell'assedio. Dopo essere stata ribattezzata Kaliningrad nel 1946, in onore dell'amico di Lenin Michail Kalinin, un membro del Politburo che mai visitò questi luoghi, la sua urbanistica seguì il triste destino di molte città sovietiche. Ci pensarono gli architetti del realismo socialista a violentare ciò che rimaneva della città illustre, quasi in segno di spregio verso i vinti. Atlantide sprofondata nell'Europa centrale senza lasciar traccia, Koenisgberg cessò definitivamente di esistere dopo la Seconda Guerra mondiale. Durante gli anni della Guerra Fredda, molte aree di Kaliningrad sono rimaste zone militari chiuse, baluardi difensivi, cannoni puntati contro l'Occidente. Anche se dopo la caduta del comunismo decine di migliaia di militari sono stati trasferiti, la città, e in special modo il suo porto, è ancora pesantemente militarizzata. Lo scalo di Baltiysk, 30 chilometri a ovest della città, è la sede della Flotta del Mar Baltico. Insieme al porto commerciale di Kaliningrad, è l'unico scalo russo sul Baltico navigabile tutto l'anno.Kaliningrad, exclave russa precipitata in Europa nel 1946, ha oggi un problema di identità: disseppellire il suo passato germanico, continuare a gloriarsi della sua manifesta russicità o plasmare con coraggio un futuro nuovo ed europeista? Sfrontatamente, la città sta facendo tutte e tre le cose, con un risultato imprevedibile. La sensazione, attraversando Leninsky Prospekt, la principale arteria che conduce dritto dritto all'imponente hotel Kaliningrad, è di sentirsi a tutti gli effetti in una città russa. Ma ad ogni angolo, seminascoste, emergono le contraddizioni tra ciò che rimane di Koenigsberg (due o tre porte medioevali, la cattedrale ricostruita, qualche forte prussiano in periferia) e la realtà di un'exclave dove anche Putin veniva spesso in vacanza (essendone la moglie Ludmila originaria): una città aperta, liberale, orientata a Occidente più di quanto qualsiasi altra città della grande Madre Russia ambirebbe a essere. I russi vengono qui in villeggiatura, nei resort in riva al Baltico a gustare sgombri affumicati, a visitare le dune sabbiose più alte d'Europa o ad acquistare l'ambra proveniente dalle miniere più estese del mondo. Con la preziosa resina del Giurassico fu costruita la celebre Camera d'ambra del Palazzo d'Estate di San Pietroburgo, sontuoso regalo dei prussiani allo zar Pietro il Grande che la Wehrmacht trafugò alle porte della città assediata nel 1941. Come Koenigsberg, quel tesoro scomparve senza lasciare traccia.

A nessun occidentale era consentito l'ingresso a Kaliningrad durante il regime sovietico. Dopo il collasso dell'impero, Mosca ha escogitato una serie di piani di 'restyling' per lo storico avamposto militare. Yeltsin vedeva Kaliningrad come la Hong Kong russa, una zona di libero scambio per attirare gli investitori stranieri. Putin voleva avvicinarla alla Russia, costruirvi un impianto nucleare che esportasse energia in Europa. Tra le idee più bizzarre anche quella di trasformarla in un tempio del gioco stile Las-Vegas, con una costellazione di resort di lusso. In risposta allo scudo missilistico statunitense in Repubblica Ceca e Polonia, Medvedev ha infine dichiarato che vi avrebbe installato i missili a corto raggio Iskander. Semplice retorica, forse. Una carta da giocare nelle trattative con Obama, a monito del fatto che i rapporti Russia e Nato non sono per nulla in acque placide, specie dopo il conflitto in Ossezia. Cosa rappresenta Kaliningrad per Mosca? E' una finestra aperta sull'Europa o l'ultimo avamposto per difendere l'onore della Grande Madre Russia? Qui numerosi cittadini dichiarano di sentirsi più vicini a Berlino che a Mosca. I legami con l'Europa - con il suo fascino culturale e la sua centralità economica - hanno fatto sì che le reazioni all'annuncio di Medvedev sul dispiegamento dei missili fossero variegate. Ma un sondaggio della 'Public Opinion' di Mosca conforta la tesi di chi considera Kaliningrad ancora fieramente russa: oltre il 60 percento non obietta allo schieramento degli Iskander.

Dalla caduta del Muro di Berlino, a Kaliningrad è infuriato il dibattito sulla toponomastica. Lasciare il nome attuale, chiamarla nuovamente Koenigsberg o trovarle un nuovo nome? Alcuni cittadini vorrebbero alleviare il peso storico e morale che la città è costretta a scontare con un simile nome, epitome di infamia, tradimento e vergogna. Michail Kalinin, fedelissimo di Stalin, firmò centinaia di condanne a morte di persone innocenti. Insieme agli altri membri del Politburo, affisse il suo sigillo all'omicidio della foresta di Katyn, dove furono trucidati a sangue freddo 20 mila polacchi nell'invasione sovietica del 1940. Quando la moglie fu rinchiusa per anni in un gulag, egli non fece nulla per salvarla. Tornare al nome prussiano potrebbe portare con sé paure - mai sopite nell'animo dei russi - di una possibile ri-germanizzazione e di un virtuale separatismo da Mosca. Ma legami sociali e culturali con la Russia sono solidi, e gli interessi economici la tengono indissolubilmente legata a Mosca. Oggi, solo il dieci per cento dei suoi abitanti vorrebbe entrare nell'Unione Europea."L'ho chiamato 'Koenigsberg perdonami', il mio libro di fotografie, anche se il nome più appropriato avrebbe dovuto essere 'Koenigsberg addio'. Perchè ciò che di poco rimaneva, in termini storici e culturali, della città prima della guerra, è sempre stato terreno di battaglia di politici, amministratori e storici, che mai hanno trovato un accordo su come interpretare il prima, inquadrandolo in una prospettiva presente e futura. In questo senso, il passato di Kaliningrad è stato una vittima designata". Dmitriy Bishenevskiy, fotografo, uno dei 'custodi non riconosciuti' della memoria dell'exclave, sembra quasi stupito che qualcuno si interessi ai problemi dell'identità del luogo dove è nato. Ha iniziato la sua carriera artistica scrivendo poesie. Poi - confessa - l'impulso creativo si inaridiva man mano che la città si occidentalizzava.

"Tramite le foto, ho cercato di fare un sintesi del difficile processo di rielaborazione storica del passato di questo luogo, al termine del quale ho ricevuto conferma che la cultura precedente non ci sarà più, né che sarà più possibile ricostruirla. Ma dalla regione doveva comunque emergere qualcosa di positivo. Solo quando nella mia mente sono nate le parole 'Koenigsberg perdonami', anzichè 'Koenigsberg addio', ho realizzato che questo era un mezzo per poter uscire da una crisi culturale e di recuperare tale cultura". Dov'era quando è caduto il muro di Berlino?
"Ero a Kaliningrad. In quel tempo ho fatto di tutto per demolire il muro a distanza. Credo di aver fatto parte di un collettivo di giovani sovietici che non volevano vivere secondo i modelli arcaici, ma che tuttavia non sapevano neppure come vivere in modo nuovo". Come è stata avvertita la caduta del muro a Kaliningrad? "E' sempre stata una città più libera nelle relazioni internazionali, con maggiore possibilità di comunicazione con altri paesi. Città di marinai. Chi tornava a casa dopo i lunghi viaggi intorno al mondo portava merci, prodotti, informazioni sul resto del mondo. Così gli abitanti di Kaliningrad avevano più contatti con l'esterno rispetto agli altri russi. Tanto per dire, in epoca sovietica c'erano più jeans a Kaliningrad che altrove.. Intendo 'jeans' come modo di vivere". Si sente europeo, Dmitry? "Vivo in uno stato di confine, vorrei essere più europeo di quanto non mi senta. Dall'altra parte mi dispiace di essere così lontano rispetto alla cultura russa". Ha sempre voluto fare il fotografo? "No, da bambino volevo essere un viaggiatore". E' curioso il fatto che sognava di viaggiare e oggi si trova su un'isola. "Il paradosso è che amo viaggiare nella regione di Kaliningrad. E' un posto fantastico, per un fotografo. La regione offre moltissimi temi. Con una sola foto, qui si può raccontare una storia intera, anzichè narrare attraverso più immagini. I miei soggetti preferiti sono i paesaggi urbani, brani di territorio che hanno una forte carica storica, culturale e sociale". Sente un dovere morale il fatto di rimanere qui? "Uno scrittore famoso scriveva: siamo responsabili di quelli o di quello che abbiamo adottato. Io mi sento responsabile di questa terra. So benissimo che molte persone non accettano le conclusioni a cui arriva il mio lavoro fotografico. Ma lo faccio consapevolmente, in armonia con me stesso. Da un lato sono parte integrante di questa storia, dall'altro mi sento come un chirurgo che opera un intervento molto complicato di 'trasferimento dell'anima'. La città dopo la guerra era un corpo senza vita, un cadavere. Per farlo vivere bisognava soffiargli dentro un'anima. Se parliamo del periodo sovietico, questo non esiste più. La responsabilità del mio mestiere risiede nell'intervenire su questo cadavere per dargli un cuore. I fotografi possono essere responsabili più dei chirurghi, nell'impiantare un cuore". Com'era fare il fotografo in epoca sovietica? "Quando ho smesso di scrivere poesie mi sono accorto che il massimo della libertà sarebbe stato diventare fotografo. Ma molto presto ho capito che lavorare per il giornalismo era lavorare per il giornalismo comunista. Non c'era altro giornalismo. Era molto difficile non diventare uno strumento nelle mani di qualcuno. Io e altri colleghi abbiamo cercato di trovare una via alternativa. E forse l'abbiamo trovata".

Fuori dal centro, un forte prussiano ha resistito alla devastazione della guerra. E' il forte numero uno, teatro di sanguinosi scontri tra la Wehrmacht e l'Armata Rossa. Un clandestino lituano, con il tacito consenso delle autorità, lo ha eletto a suo 'rifugio'. Ci abita con moglie e figlio, recluso volontario e asceta al contempo, inesorabile nella sua missione: preservare il passato germanico di Kaliningrad. Questo improvvisato custode della Storia a sera trova riposo tra i cimeli di guerra (elmetti, granate, mitragliatrici, bombe inesplose) dopo che anche l'ultima scolaresca ha terminato la visita al forte-museo. Sullo sfondo di un'enorme tenda da campo, Stanislav Larushionis il dissidente, il reietto, ha trovato qui il suo posto nella vita.

"Dire che sono venuto qui per conservare le tracce della storia sarebbe riduttivo. Il fattore nostalgico ha comunque la sua importanza. Il percorso è stato molto lungo, è passsato attraverso la mia storia personale. Avevo nostalgia di qualcosa che è stato sepolto. Il periodo dei due blocchi mi ha visto attraversare molte esperienze. Poi, nell'88-89 abbiamo fondato una cooperativa, volevamo tirar su quattrini esclusivamente per recuperare Koenigsberg. Ma chi voleva avviare una simile attività in quegli anni era soggetto ad un dedalo inestricabile di vincoli burocratici. Inoltre, non si potevano aprire cooperative nel settore delle pulizie, delle riparazioni meccaniche o del commercio. Ogni volta che qualcuno voleva aprire qualcosa c'era una riunione delle autorità cittadine, che stabilivano cosa fosse utile o conveniente per la città. Io ero un dissidente, ero contro il sistema, partecipavo a proteste, a dimostrazioni contro il totalitarismo. Mi sono reso conto che le persone del dopo '89 erano le stesse del prima. Stesse persone, stesso modo di governare. Io sono sempre stato un individuo alla costante ricerca della libertà. Ogni sistema che mi impedisce di esercitare la mia libertà, l'ho sempre osteggiato". Qual'è il futuro di Kaliningrad? "Mi scuso per la volgarità, ma nella cerchia dei miei amici c'è un gioco di parole molto calzante riguardo a ciò che pensiamo di Kaliningrad. La chiamiamo Ka-ka, che è il raddoppiamento della sillaba iniziale, ma che in russo significa 'cacca'. Io vorrei che Kaliningrad non esistesse. Vorrei che Koenigsberg tornasse in vita, che risorgesse dalle macerie. Col tempo ho scoperto che è una lotta contro i mulini a vento. Ci deve essere anche il futuro, ma così come lo vogliono i cittadini di questo posto. Personalmente mi sento cittadino di Koenigsberg, e ritengo che anche Koeingsberg dovrebbe avere un futuro. Quale sia, però, io non so dirlo. Da una parte voglio essere indipendente e libero, dall'altra ho uno scopo nella vita che è quello di dissotterrare il passato. E per farlo sono costretto a vivere qui, nel forte numero uno, in un luogo dove, apparentemente, la mia libertà è limitata". "Oggi le autorità sono molto più tolleranti rispetto al mio lavoro, e il livello di inimicizia è molto diminuito. Tutto il materiale che ho raccolto in questi anni è in esposizione permanente. E' un museo che le scuole visitano, perchè la storia di Koenigsberg non sia dimenticata. Sono pochissimi i posti dove le persone possono toccare con mano la Storia. La fortezza è uno di questi. Anche se sono clandestino, in questa terra mi sento un uomo libero. E' per godere della mia libertà che ho scelto consapevolmente di vivere su un'isola".

Luca Galassi

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